Il mio metodo: comprendere cosa ti blocca, lavorare su ciò che lo mantiene

Integro terapia breve e ipnosi clinica Ericksoniana in percorsi online rivolti a donne che vivono ansia, blocchi emotivi, difficoltà relazionali o momenti di stallo e desiderano ritrovare chiarezza, direzione e contatto con sé stesse.

Non parto da cosa c’è che non va in te

Quando una donna arriva in terapia, spesso ha già passato molto tempo a chiedersi:

“Perché sono così?”
“Cosa c’è che non funziona in me?”
“Perché non riesco a cambiare?”
“Perché torno sempre nello stesso punto?”

Il mio lavoro non parte dall’idea che tu sia sbagliata, rotta o da aggiustare.

Parte da una domanda diversa:

come funziona oggi il problema che ti tiene bloccata?

Questa domanda cambia la direzione del percorso.

Perché sposta l’attenzione dall’etichetta alla dinamica.
Dal giudizio alla comprensione.
Dal “chi sono io?” al “cosa sta accadendo e cosa lo mantiene?”.

Quante sedute occorrono?

Il percorso prevede almeno 8 incontri, con frequenza ogni 15 giorni / ogni due settimane.

La logica del percorso

Un blocco emotivo, un’ansia ricorrente o una difficoltà relazionale non si mantengono mai nel vuoto.

Spesso esiste un circolo.

Un pensiero porta a un’emozione.
Un’emozione porta a un comportamento.
Un comportamento sembra proteggerti, ma nel tempo rafforza il problema.
E il problema torna, magari con più forza.

Per questo il percorso non si limita a parlare del malessere.

Lo osserva nel suo funzionamento concreto.

Quando compare.
Come si manifesta.
Cosa fai per gestirlo.
Cosa eviti.
Cosa cerchi di controllare.
Quali soluzioni hai già provato.
Quali di queste, senza accorgertene, possono aver mantenuto il blocco.

Da qui nasce il lavoro terapeutico.

Le quattro fasi del lavoro terapeutico

01.

Definire il problema in modo concreto

La prima fase serve a dare forma a ciò che stai vivendo.

Non ci fermiamo a “sto male” o “ho ansia”, ma cerchiamo di capire quando accade, quali pensieri ed emozioni si attivano, come reagisci e cosa continua a ripetersi.

Dare un nome più preciso al problema aiuta a renderlo meno confuso e più affrontabile.

 
 

02.

Individuare le tentate soluzioni

Molto spesso una persona resta bloccata non perché non abbia provato nulla, ma perché ha provato molto.

Ha controllato, evitato, cercato rassicurazioni, pensato e ripensato, chiesto consigli, letto libri, provato tecniche.

Strategie che forse in passato sono state utili, ma che oggi, se ripetute sempre nello stesso modo, possono diventare parte del problema.

03.

Cambiare prospettiva

Quando resti a lungo dentro lo stesso problema, finisci spesso per guardarlo sempre dalla stessa angolazione.

E se lo guardi sempre nello stesso modo, tendi anche a rispondere sempre nello stesso modo.

Il lavoro terapeutico aiuta a costruire una nuova cornice: non per negare ciò che provi o minimizzare il dolore, ma per vedere il problema da una prospettiva diversa.

A volte il cambiamento inizia proprio lì: da uno spostamento che interrompe un automatismo.

04.

Portare il cambiamento nella vita quotidiana

Il cambiamento non avviene solo durante la seduta.

Avviene quando inizi a rispondere in modo diverso a ciò che prima ti bloccava: quando metti un confine, smetti di cercare l’ennesima rassicurazione, riconosci il meccanismo prima di entrarci dentro o fai una scelta senza aspettare una certezza impossibile.

Per questo il percorso non è solo riflessione.

È anche esperienza, azione, osservazione e integrazione nella vita reale.

Il ruolo della terapia breve

La terapia breve è un approccio che lavora con una direzione chiara.

Non significa fare tutto in fretta.
Non significa semplificare il dolore.
Non significa evitare la profondità.

Significa usare il tempo terapeutico in modo orientato.

Nella terapia breve ci concentriamo su ciò che oggi mantiene il problema e su ciò che può iniziare a modificarlo.

Il passato può essere importante, ma non sempre è necessario raccontare tutto per cominciare a cambiare qualcosa nel presente.

Il punto non è scavare all’infinito.

Il punto è capire dove intervenire perché qualcosa inizi a muoversi.

Il ruolo dell’ipnosi clinica Ericksoniana

L’ipnosi clinica Ericksoniana può essere integrata nel percorso quando è utile.

Non viene usata sempre.

Non viene applicata come tecnica standard.

Non è uno spettacolo.

È uno strumento clinico che può aiutare a lavorare quando il blocco non si scioglie solo con il ragionamento.

Ci sono situazioni in cui sai già cosa sarebbe giusto fare, ma non riesci a sentirlo possibile.

Sai che una relazione ti fa male, ma resti.
Sai che vorresti scegliere, ma ti blocchi.
Sai che l’ansia non ti aiuta, ma continui a controllare.
Sai di non essere sbagliata, ma continui a sentirti così.

In questi casi, l’ipnosi può aiutare a entrare in contatto con immagini, sensazioni, risorse interiori e nuove possibilità.

Sempre dentro una relazione terapeutica, con attenzione, rispetto e obiettivi condivisi.

Questo percorso può essere adatto a te se:

Per chi potrei non essere il professionista giusto:

Quante sedute occorrono?

Il percorso prevede almeno 8 incontri, con frequenza ogni 15 giorni / ogni due settimane.

Cosa puoi aspettarti dal primo confronto

Il primo confronto conoscitivo serve a capire se ci sono le condizioni per iniziare un percorso insieme.

Durante questo momento potrai raccontarmi cosa ti sta portando a chiedere aiuto. Io ti farò alcune domande per comprendere meglio il funzionamento del problema, chiariremo i primi obiettivi e valuteremo quale tipo di percorso può essere più adatto alla tua situazione.

Non devi arrivare già con tutto chiaro.

Puoi partire da una sensazione, da una difficoltà, da un nodo che torna, da una domanda che non riesci più a mettere da parte.

Faq

Non necessariamente. Può essere molto utile in molte situazioni, ma la scelta dell’approccio dipende dal problema, dagli obiettivi e dalla condizione della persona. Il primo confronto serve anche a valutare questo.

No. L’ipnosi clinica Ericksoniana viene integrata quando può essere utile alla situazione e agli obiettivi terapeutici. Non è una tecnica automatica né obbligatoria.

Sono tutti quei comportamenti, pensieri o strategie che metti in atto per risolvere un problema, ma che in alcuni casi finiscono per mantenerlo. Per esempio controllare, evitare, rimandare, chiedere continue rassicurazioni o pensare all’infinito senza agire.

Non sempre. La storia personale può essere importante, ma il lavoro si concentra soprattutto su come il problema funziona oggi e su cosa lo mantiene nel presente.

Lo si osserva attraverso piccoli cambiamenti concreti: maggiore chiarezza, riduzione del blocco, nuove risposte, maggiore capacità di scelta, minore ripetizione degli stessi schemi. Il cambiamento viene valutato nel percorso, non lasciato al caso.